La Palestina è anche una questione femminista
Un’analisi dei meccanismi di delegittimazione dei movimenti femministi autoctoni palestinesi

Molte di noi sono già consapevoli della frammentazione che il popolo Palestinese ha subito dal punto di vista topografico, geografico e domestico-familiare negli ultimi settantasei anni. Checkpoint e muri dividono amanti e separano figlie e figli dai genitori. Il sistema arbitrario Bantustan dell’apartheid presente in Cisgiordania impedisce ai membri della mia famiglia, che non hanno mai conosciuto altra casa, di visitare la moschea di Al-Aqsa, ad appena venti minuti dalle loro abitazioni; mentre turisti e turiste da tutto il mondo possono camminare liberamente per le strade di Al-Quds/Gerusalemme. Sostengo che queste frammentazioni fisiche, questo smembramento della Palestina, trovino un parallelo nelle frammentazioni discorsive prodotte dai contesti del colonialismo d’insediamento e replicate dalle epistemologie femministe bianche che appartengono a quella stessa matrice coloniale, persino in pratiche di solidarietà femminista che si autodefiniscono “anti-occupazione”.
Con frammentazione discorsiva intendo le modalità con cui le epistemologie coloniali del femminismo bianco frammentano, temporalmente, geograficamente e concettualmente, le Storie Palestinesi attraverso domande inquisitorie e coloniali. Ci vengono poste domande che fanno a pezzi le nostre narrazioni storiche, le priorità delle nostre comunità e i nostri modi di concepire la vita. In questo breve saggio, offrirò esempi passati e presenti di questo interrogatorio frammentario rivolto alle donne Palestinesi.
Un’analisi di questa frammentazione è cruciale nei periodi di cosiddetta “eccezionalità” (per esempio l’Operazione Piombo Fuso, l’Operazione Margine Protettivo, la prima intifada, la seconda intifada, ecc.), perché può offrire un’alternativa alla mitologia israeliana di una “normalità” e di una pace al di fuori dei cosiddetti eventi. I periodi di “eccezionalità” mascherano l’incredibile violenza inflitta quotidianamente ai corpi Palestinesi. Ed è proprio allora che le donne Palestinesi hanno storicamente visto sparire in modo sistemico le alleate femministe (tradimenti femministi), mentre proseguivano i loro atteggiamenti inquisitori.
Per decenni le donne Palestinesi hanno assecondato le richieste delle donne israeliane in nome della solidarietà femminista, facendo l’impossibile per incontrarle e discutere di una liberazione totale. Eppure, durante i periodi di eccezionalità descritti sopra, spesso le femministe israeliane si dileguavano, usando come giustificazione la retorica difensiva israeliana, come riportato da femministe di spicco del Jerusalem Center for Women e del Women’s Centre for Legal Aid and Counseling di Ramallah e Hebron. Storicamente, attraverso queste fratture nei processi solidali e comunicativi è avvenuta una sorta di cancellazione di varie relazioni (strutturali) di potere o, piuttosto, di dominazione. Tuttavia, questo schema di frammentazione ha consolidato l’idea che esistessero periodi di normalità (si pensi al mito della normalità sul 6 ottobre). La cancellazione di quelle relazioni fa sì che le reti solidali femministe non colgano appieno come le dinamiche quotidiane di occupazione costituiscano una forma di violenza estrema: l’estremo è diventato ordinario. Curiosamente, le donne Palestinesi hanno sempre perseverato nel loro lavoro di solidarietà femminista transnazionale, continuando a incontrare le donne israeliane durante gli anni Novanta e i primi Duemila nonostante lo sterminio quotidiano dellә connazionali. L’atteggiamento inquisitorio negli spazi femministi durante i periodi di ordinaria (ma estrema) violenza era spesso unidirezionale e orientalizzante.
Queste fratture si sviluppano sulla presenza (piuttosto che sull’assenza) dell’interrogatorio femminista bianco che riguarda il ruolo della resistenza, il nazionalismo, la maternità Palestinese, la cultura Palestinese e le politiche femministe. Queste discussioni e istanze sarebbero talvolta sfociate nella strumentalizzazione dello slancio dei movimenti a favore di distrazioni deliberate o persino di reindirizzamenti colonialisti, es., «Ma sei davvero femminista?». A seguire, delineo come alcune interruzioni di solidarietà femminista successive al 7 ottobre (testimoniate pubblicamente e vissute in relazioni interpersonali) siano parte di un retaggio riconoscibile e reiterato di questa lunga eredità di interruzioni femministe.
Propongo queste riflessioni emotivamente difficili col desiderio di fare ciò che Sarah Ahmed definisce “attivismo collettivo” (Ahmed, Sara. Strange Encounters: Embodied Others in Post-Coloniality, Routledge, 2000, Transformations, 178), una pratica che potrebbe formarsi «attraverso quel lavoro che dobbiamo fare per poterci avvicinare alle altre, evitando di appropriarci nuovamente di ‘loro’ [ …] come segno di differenza» (Ahmed, 180). Propongo questa riflessione per contribuire al lavoro costante nel riconoscere un’“alterità-altra” e per unirmi alla lotta per la decolonizzazione delle nostre relazioni. Questo articolo deve molto alle studiose indigene femministe razzializzate e antirazziste che negli ultimi centocinquant’anni hanno documentato con grande attenzione la marginalizzazione delle donne razzializzate all’interno di organizzazioni trans/internazionali, dentro e fuori dai contesti accademici.
Scrivendo delle prime e più note conferenze femministe internazionali del ventesimo secolo, studiose razzializzate hanno osservato come «le donne provenienti da Paesi in via di sviluppo hanno dovuto ascoltare le occidentali mentre spiegavano loro le loro stesse culture» e, dopo queste presentazioni non c’era abbastanza tempo perché le donne provenienti da paesi del terzo mondo potessero correggere le informazioni o discutere delle «interpretazioni errate […] della loro cultura». Sono state continue le richieste, da parte delle donne del “Terzo mondo”, di avere “più tempo di discussione”, ma questo è stato percepito dalle organizzatrici come “elemento di disturbo” (Saʿdāwī, Nawāl as-, The Nawal El Saadawi Reader, Zed Books, 1997, 144) e “comportamento indisciplinato”. In questa dinamica, secondo El Saadawi, lo “scontro” è interpretato come “un difetto di personalità” di individui “indisciplinati” (El Saadawi, 149). Riporta, infatti, un episodio simile avvenuto alla conferenza internazionale del 1975, tenutasi a Città del Messico, quando donne provenienti da Europa e Nord America hanno constatato come il movimento internazionale delle donne avesse fallito nel momento in cui si è iniziato ad “avanzare rivendicazioni politiche” (El Saadawi, 146) legate alle problematiche strutturali dell’oppressione economica, razziale, politica e imperiale. Le discussioni sulla classe e sull’imperialismo erano considerate estranee al femminismo, se non addirittura una distrazione. Le donne europee e nordamericane, infatti, hanno suggerito che “le questioni politiche distraevano dalle questioni femminili”.
Questa rimozione di ciò che è “troppo politico” ha assunto forme più nuove e recenti: la cancellazione dell’occupazione.
Nel 2008, durante quella che Israele ha denominato Operazione Piombo Fuso, Islah Jad (una rinomata e autorevole accademica Palestinese specializzata in Women’s Studies all’Università di Birzeit e non solo) ha sottolineato nelle interviste che «l’intera piramide è sottosopra» (cfr. Hasan 2012). Ha raccontato dei suoi incontri con le donne alleate israeliane: «Era davvero doloroso per me e, la maggior parte delle volte, questi incontri mi turbavano molto e mi facevano infuriare per il tipo di domande con cui dovevamo confrontarci in quanto donne Palestinesi». Ricorda come una delle classiche domande al tempo della Seconda Intifada fosse: «Come mai gettate i vostri bambini e le vostre bambine per strada dove vengono uccisə dai nostri soldati? Insomma, in quanto madri come potete abbandonare le vostre creature mentre i carri armati israeliani sparano nelle vostre zone?». Jad usa l’espressione «l’intera piramide è sottosopra» per descrivere questo momento discorsivo di “colpevolizzazione della madre” (cfr. Ladd-Taylor, Molly, “Mother-Worship Mother-Blame: Politics and Welfare in an Uncertain Age”, Journal of the Motherhood Initiative for Research and Community Involvement, vol. 6, no. 1, May 2004), un meccanismo paradigmatico e colonialista tipico di Turtle Island (cfr. Jacobs, Margaret D. White Mother to a Dark Race: Settler Colonialism, Maternalism, and the Removal of Indigenous Children in the American West and Australia, 1880-1940. University of Nebraska Press, 2009), e l’inquisizione femminista sulle cosiddette “culture del suicidio”. Per me questa metafora significa che le disuguaglianze di potere diventano invisibili quando si interrogano le vittime sulle loro stesse morti, mentre vengono cancellate le oppressioni “politiche” o strutturali. Più recentemente e in spazi di solidarietà in apparenza più critici, questi interrogatori assumono forme diverse. Nei primi anni 2000, donne/attiviste/studiose/femministe Palestinesi hanno iniziato a boicottare apertamente la maggior parte delle reti di solidarietà femminista che “dialogavano” con donne israeliane ed altre alleate, a meno che queste reti non soddisfacessero i precisi criteri stabiliti dalla PACBI, Palestinian Academic and Cultural Boycott of Israel, la campagna Palestinese di boicottaggio accademico e culturale di Israele (della quale il movimento BDS è stato cofondatore). Le attiviste Palestinesi hanno creato un “Opuscolo delle donne”. In questa sede, non posso illustrarne l’intero contenuto in maniera dettagliata, ma ne evidenzierò alcuni punti. Secondo l’opuscolo, c’era da parte delle israeliane e delle occidentali la richiesta di superare le “identità maschili nazionali” e di trovare “comuni denominatori femministi”.
Tuttavia, le autrici dell’opuscolo sostengono che tali attività di solidarietà femminista avessero come scopo «attirare le donne attive nel movimento nazionale…per concentrarsi sulla critica del “nazionalismo e del maschilismo”…“di solito focalizzata sul momento presente [sic] o…sul futuro”». Secondo le autrici, alle partecipanti ai dialoghi femministi viene chiesto di “evitare il passato con le sue conseguenze”. Inoltre, l’opuscolo illustra delle “false supposizioni” sulle quali spesso si basano le attività di solidarietà. Alcune di queste, sostengono le autrici, includono ciò che segue:
1. Le donne sono le prime a soffrire a causa delle guerre e delle catastrofi che queste comportano. Le donne israeliane perdono i loro figli in guerra, mentre [le vite del]le donne Palestinesi vengono distrutte, oltre che dalla perdita della discendenza, anche dalla “violenza maschile” che viene esercitata da entrambe le parti.
2. “Dissotterrare la storia”, in particolare quella del movimento sionista, è inutile; è più efficace concentrarsi sul presente per evitare ulteriori vittime e per porre fine alla sofferenza, da entrambe le parti, delle madri in lutto.
[…]
4. Il nazionalismo, ebraico o Palestinese che sia, è nato sulle basi dell’oppressione femminile. Questa “oppressione condivisa” rappresenta un punto in comune tra le donne di entrambe le parti.
5. Le donne, tutte le donne, costituiscono un fronte comune da entrambe le parti. Le loro sofferenze sono le stesse e le ragioni della loro oppressione sono le stesse.
Questo opuscolo non è stato ben accolto dai gruppi sionisti e nemmeno dalle alleate femministe bianche. Infatti, dopo aver incluso nella mia tesi di dottorato queste teorizzazioni femministe Palestinesi come riferimento e guida (incentrate sulle voci delle donne Palestinesi), la mia relatrice, una femminista bianca autoproclamatasi alleata, ha scritto che lei non solo se ne “dissociava” sul piano accademico; bensì che si opponeva “moralmente” a questo tipo di presa di posizione ideologica. E prosegue così:
«Il rifiuto di parlare con le femministe israeliane…a meno che queste non si dicano d’accordo con determinate dichiarazioni o convinzioni delle Palestinesi, difficilmente può portare al dialogo con quelle donne che invece vogliono disperatamente fare qualcosa per questa terribile crisi in corso.»
Le autrici Palestinesi proseguono smentendo queste “false supposizioni”.
L’opuscolo offre un’analisi femminista e decoloniale dei modi in cui le forme di solidarietà femminista non fanno che cancellare e togliere la priorità allo smantellamento dell’occupazione e rendono invisibili i rapporti di potere impari (anche con le alleate). L’ultima parte dell’opuscolo comprende un diagramma di flusso che le donne Palestinesi possono utilizzare se invitate a partecipare a iniziative di solidarietà. L’opuscolo mette al centro dell’attenzione l’occupazione.

Questa docente ha interpretato le complesse teorizzazioni antirazziste delle donne Palestinesi e i loro criteri minimi di “impegno militante” (di fatto il desiderio delle donne di ottenere un dialogo più etico e produttivo, nonché il mio rendere protagoniste le voci delle donne) come “rifiuti” immorali o persino antifemministi al dialogo. Come osano le Palestinesi scegliere le proprie alleate in base al loro impegno e alle loro posizioni politiche contro l’occupazione? Forse tutto questo era “troppo politico”? Una deviazione dal femminismo? Queste sono le accuse a carico delle femministe Palestinesi che cercano di concentrare il proprio femminismo principalmente sull’obiettivo di allentare i tentacoli dell’occupazione. Atteggiamento moralistico e accuse di antifemminismo: non suona troppo diverso da quanto ho letto sulle giornate della conferenza in Messico.
Sebbene i momenti discorsivi sopra descritti possano apparire estremi e sembri che ci siamo collettivamente spostatə verso una fase politica diversa, in cui l’occupazione e le relazioni di potere inique sono più facilmente riconosciute, vorrei invitare a considerare questa dinamica di interrogatorio a cui sono sottoposte le donne Palestinesi oggi, in relazione ai tradimenti femministi contemporanei. In questo momento storico, sostengo che queste strutture di tutela e regolazione tra gruppi appartenenti a chi occupa e chi è occupatə, così come la tendenza a relegare in secondo piano la questione dell’occupazione, vengano replicate in modo più sottile anche nel lavoro femminista dichiaratamente anti-occupazione portato avanti da alcune alleate. Abbiamo osservato questa dinamica di tutela orientalista tra femministe Palestinesi e non negli accampamenti, nei gruppi accademici di affinità per la Palestina e persino nelle conferenze femministe contemporanee (accademiche e non).
Mi piacerebbe condividere alcune storie importanti di resistenza epistemica del 2009 (la prima volta che il fosforo bianco è stato usato a Gaza) che sono forme-modello atte a risanare la frammentazione discorsiva; un caso di attivismo epistemico che potrebbe sembrare un rifiuto del femminismo ma che è in realtà un modo per far prosperare il dialogo. Sto scegliendo volontariamente una storia risalente al 2009 per due motivi:
- per rendere unitaria la nostra storia della Nakba, respingendo punti di partenza frammentari e fallaci
- per dimostrare quanto siano ridondanti le domande femministe, per quanto appaiano sotto una nuova luce dal 7 ottobre.
Lavorando al Women’s Centre for Legal Aid and Counseling (WCLAC) l’8 marzo 2009 a Hebron, ho incontrato una donna che mi ha chiesto di restare anonima. Lei mi ha parlato del rapporto instaurato con un’altra donna che aveva lavorato al B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati) proprio fino a quell’anno. Mi ha raccontato con rabbia di quanto si fosse sentita tradita quando, durante l’Operazione Piombo Fuso, quella donna non avesse denunciato Israele per ciò che è: aggressore e invasore.
«Una donna del centro B’Tselem, con cui avevo fatto un po’ amicizia, sosteneva la guerra a Gaza, e non riusciva ad andare oltre la convinzione che entrambe le parti dovessero deporre le armi, mettendo sullo stesso piano le due posizioni. Soltanto quando l’assalto di ben tre settimane si concluse riuscì ad ammettere che l’attacco su Gaza era sbagliato. Ma cosa era dovuto accadere perché se ne rendesse conto?»
Prosegue, con tono rassegnato: «Adesso, quando una donna israeliana mi avvicina per dirmi “lavoriamo insieme per la pace” la mia risposta è “No, spiacente”. Dopo quell’esperienza, mi rifiuto.»
La compianta e straordinaria Maha Abu-Dayyeh Shamas (del WCLAC) spiega che, all’interno della International Women’s Commission (IWC), la femminista israeliana con cui collaborava più strettamente non riuscì ad assumere una posizione radicalmente contraria alla guerra rispetto agli attacchi del 2009 su Gaza.
Le donne con cui lavoravo sostenevano [gli attacchi su] Gaza e noi [donne Palestinesi] abbiamo detto: questo va contro la nostra piattaforma, quindi non potete far parte del gruppo. Siamo donne contro la guerra; siamo contro l’uso dei civili come bersagli; e dovremmo sottoscrivere tutto questo? Trovo che le donne Palestinesi siano più chiare e determinate nei loro principi femministi — sul femminismo e su cosa sia il femminismo — rispetto alle donne israeliane.
Entrambe le donne Palestinesi restituiscono alle alleate femministe israeliane lo sguardo valutativo tipico dei giudizi femministi, assumendo il ruolo di chi interroga, anche se non sono sostenute da apparati statali ideologici e repressivi.
Islah Jad, un’importante studiosa femminista Palestinese, fa resistenza ai contesti discorsivi femministi frammentati dando risposte alle domande che sarebbe stato corretto porre, e non a quelle che le sono state effettivamente poste. Quando una giornalista femminista per la Association for Women’s Rights in Development ha chiesto a Islah Jad dell’impatto della “guerra di Gaza sulle donne” nel 2009, lei ha identificato le molteplici frammentazioni discorsive che caratterizzavano la domanda (dal punto di vista temporale, geografico e concettuale). E ha ricomposto quella frammentazione in un tipo di potente ricomposizione epistemica — una sorta di riparazione. Ha efficacemente ricollocato gli attacchi israeliani, definiti dai media come “Operazione piombo fuso” nel contesto di un arco temporale più ampio, l’incessante Nakba. In “L’AWID intervista Islah Jad su Palestina e Israele”, un’intervista del 2009 pubblicata su Rabble il 9 maggio 2011, ha affermato:
La situazione di guerra attuale a Gaza non è che l’ennesimo episodio di una lunga serie di guerre e violenze contro il popolo Palestinese a partire dall’espulsione collettiva dalle loro case nel 1948 per creare e affermare lo Stato di Israele…
Ha rifiutato la premessa, frammentaria dal punto di vista temporale, insita nella questione della “guerra a Gaza” e ha ricucito la storia tuttora in corso della Nakba. Jad ha poi spiegato che le persone che vivono a Gaza sono per lo più «rifugiate che arrivarono da piccoli paesi e città, ora inglobati da Israele, nei pressi di Gaza (Majdal, Askalan, Ramleh etc.)» le quali vennero «cacciate con la forza dalle loro case nel 1948». Racconta che la popolazione Gazawi ha resistito a «guerre incessanti» iniziate nel 1948, quando «gli aerei israeliani sferrarono attacchi sulle persone rifugiate in marcia alla ricerca di un luogo sicuro», seguite da altri attacchi nel 1951, 1956, 1967 e tra il 1970 e il 1971. Jad contestualizza gli eventi di Gaza in riferimento a una lunga storia di attacchi militari, di continue uccisioni mirate, della repressione di determinati gruppi politici attraverso la detenzione e del blocco imposto su Gaza da Israele (dal 2006), che impedisce l’arrivo di cibo e carburante alla popolazione Gazawi, interrompe la fornitura di elettricità e inquina le risorse idriche naturali. Mette poi in primo piano le già esistenti sofferenze del popolo Gazawi, che durante questi quattro anni di blocco è stato lasciato lentamente morire di fame. Jad affronta una questione strutturata secondo le priorità del femminismo bianco, che frammenta la Palestina da un punto di vista temporale, e l’impatto dell’occupazione sulle donne e lo fa ricucendo l’ecosistema dell’occupazione sia a livello temporale, che politico e geografico: una pratica epistemica decoloniale.
Pur descrivendo il dolore delle donne (costrette, per esempio, a estrarre la loro progenie dalle macerie), Jad enfatizza gli aspetti collettivi della sofferenza, invece dell’“impatto sulle donne”, raccontando le storie di alcune famiglie:
«Famiglie intere sono state sterminate dall’artiglieria israeliana in violenti attacchi condotti via aria, mare e terra. Un esempio tra tanti è il caso Samouni, una famiglia numerosa che lavorava nei propri terreni agricoli alla periferia di Gaza. La scorsa settimana, l’esercito israeliano ha chiesto alla famiglia Samouni di riunirsi in una casa. Quando più di 160 persone si sono ritrovate nello stesso edificio, l’esercito ha aperto il fuoco, uccidendo all’istante 30 persone, soprattutto donne e bambini.
Decine di case sono state distrutte sulle teste di chi le abitava. Molte famiglie si sono trasferite in scuole vuote gestite dall’UNRWA, l’agenzia ONU per le persone rifugiate Palestinesi, ma l’esercito israeliano le ha seguite nel loro nuovo rifugio e ha ucciso, in una volta sola, 42 Palestinesi. Anche stavolta, perlopiù donne e bambini. Ciò ha portato il direttore della sede gazawi di UNRWA a richiedere un’indagine internazionale per documentare gli innumerevoli crimini di guerra commessi su civili a Gaza.»
Jad, illustrando nel dettaglio i modi in cui la violenza di Israele annienta intere famiglie, mette in discussione l’analisi frammentaria dell’ “impatto sulle donne”, un’epistemologia coloniale spesso mediata, del resto, da categorie razziste.
A noi donne Palestinesi manca il potere strutturale per interrogare le donne israeliane: non possiamo chiedere loro se condannano l’uccisione di Shireen Abu Akleh, Hind Rajab o Rachel Corrie, oppure se fomentano la misoginia attraverso la loro cultura militarista. Tuttavia, continueremo a esprimere il nostro rifiuto come forma di resistenza e a porre domande attraverso l’attivismo epistemico decoloniale per ribadire, in quanto donne e femministe Palestinesi, “Sei femminista?”, “Condanni l’occupazione anti-femminista?”, e ancor di più “Ma tu sei davvero femminista?”.
L’articolo originale è in inglese, pubblicato su Social Text il 13/03/2025 e scritto da Wafaa Hasan, attivista, autrice e accademica palestinese. Potete consultare l’originale qui. Questo articolo è frutto di una collaborazione con La bottega dei traduttori, la traduzione è stata svolta durante un workshop curato da noi a conclusione del corso di traduzione transfemminista di Laura Fontanella. Questa traduzione è frutto di un lavoro collettivo e non gerarchico a cui abbiamo preso parte noi della redazione de Il Femminismo Tradotto e le partecipanti al corso. Qui di seguito i loro nomi: Cristina Antonucci, Laura Bifulco, Alyssa Compagnoni, Francesca Fatiguso, Flavia Fimiani, Valentina Raffaelli, Elisa Roberi, Claudia Sollami, Monia Valente.












