L’obbligo della scoperta del sé
Il rapporto di Simone de Beauvoir con chi la leggeva era una collaborazione impegnativa per entrambe le parti

Perché le scrivo tutto questo? Perché non ho mai sentito una tale vicinanza umana come accade con lei, Madame, la cui scrittura riesce a esprimere l’intera gamma delle emozioni.
Da una lettera del 1972 indirizzata a Simone de Beauvoir, tratto da Sex, Love, and Letters: Writing Simone de Beauvoir, Judith G. Coffin, Cornell University Press
Nell’autunno del 1946, Jean-Paul Sartre, l’intellettuale maggiormente associato alla filosofia esistenzialista – un sistema di pensiero che sosteneva che l’esistenza umana fosse più facilmente spiegabile dalla ricerca da parte dell’individuo di imperativi morali autentici – era sotto attacco. Simone de Beauvoir, compagna intellettuale di Sartre per svariati anni, decise di scrivere un saggio in difesa sia del filosofo sia della filosofia, usando sé stessa come esempio per illustrare il valore di quanto affermato dall’Esistenzialismo. Una passeggiata, secondo lei, che aveva sempre considerato sé stessa un agente libero, dedito alla ricerca dell’autenticità. Ciononostante, più Beauvoir rifletteva sulla sua vita, come ci racconta la sua biografa Deirdre Bair, tanto più rimaneva sorpresa da un’’inaspettata idea che le era venuta, e presto venne colpita dalla «“profondissima e sorprendente consapevolezza” che fosse importante essere diversa da Sartre “perché lui era un uomo e io ero solo una donna”».
A conti fatti, comprese inoltre che la realtà minava quasi tutto ciò che aveva intenzione di dimostrare nel suo saggio. La colpì con forza il fatto che avesse più peso di quanto fosse stata disposta o capace di comprendere in passato. Nel corso della storia della razza, ora vedeva che le persone identificate come donne avevano sistematicamente meno potere, meno status sociale ed erano definite con meno precisione. Erano infatti ciò che l’Esistenzialismo chiamava “Altro”. La condizione in cui lei stessa era nata era l’unico e il più potente fattore decisivo nel dare forma a una vita consegnata alla subordinazione organizzata. Non vedere questa “alterità” della propria vita se si era una donna significava vivere in un permanente stato di fantasia.
Da queste intuizioni nacque Il secondo sesso (1949), un esame enciclopedico della posizione storica della donna a livello culturale, politico e biologico, che qualche milione di persone nel mondo paragona a Il Capitale, a L’interpretazione dei sogni o a Guerra e pace per quanto è universale la rappresentazione di come le donne sono diventate e rimaste cittadine di serie B. Vent’anni dopo essere stato scritto, quando una nuova ondata di femminismo apparve nel mondo, il libro ne diventò la bibbia.
Subito dopo la sua pubblicazione, prima in francese nel 1949 e poi in inglese nel 1953, Il secondo sesso produsse una pioggia di critiche, quasi tutte negative. Il Vaticano lo inserì nell’indice dei libri proibiti, Alfred Kinsey disse che non aveva alcun interesse scientifico, Albert Camus affermò che faceva apparire ridicoli gli uomini francesi e, negli Stati Uniti, sia Mary McCarthy sia Hannah Arendt riversarono il loro disprezzo aristocratico su Beauvoir.
Nonostante ciò, il libro vendette 22.000 copie solo nella prima settimana dalla sua pubblicazione. Era come se le donne di tutto il mondo avessero ricevuto un segno: se non leggete libri, almeno dovete leggere questo. E così fecero. In decine di migliaia si dichiararono profondamente influenzate dalla valanga di informazioni, vissute come rivelatorie. Molte persone ebbero l’impressione che il libro fosse stato scritto soprattutto per loro e lo scrissero all’autrice. Cominciò, pertanto, una relazione amorosa epistolare tra Beauvoir e il suo pubblico, che terminò solo alla morte di lei, nel 1986.
Non fu solo, o soprattutto, Il secondo sesso a legare chi lo leggeva a Beauvoir per decenni. Più di ogni altra cosa furono le sue memorie, una di seguito all’altra, a giustificare la profonda lealtà che migliaia di donne, e anche qualche uomo, riversarono sul graduale svolgersi di una vita vissuta quasi interamente al centro dell’attenzione pubblica, mentre la sua esistenza interiore era continuamente messa a nudo e raccontata minuziosamente. “Coraggioso” era la parola che più veniva associata a questi libri poiché in ciascuno di essi Beauvoir, da brava esistenzialista, scriveva con una franchezza sorprendente di sesso, politica e relazioni. Riportava con dovizia di dettagli e con un’autenticità degna di nota qualsiasi cosa avesse pensato o sentito in un dato momento. O quasi. Riportava qualsiasi cosa per cui non provasse vergogna. In seguito, dopo la morte di lei e di Sartre, vennero fuori comportamenti tremendi che lei aveva omesso dalle sue memorie o che aveva abbellito.
Sex, Love, and Letters è uno studio dettagliato e approfondito basato sull’incontro tra Judith Coffin e un insieme di queste lettere che un compassionevole curatore le ha dato un giorno mentre stava lavorando su Il secondo sesso nella Biblioteca nazionale di Francia, a Parigi. Come scrive nell’introduzione, «nulla mi ha preparata ai drammi che ho trovato la prima volta che ho aperto un fascicolo pieno di lettere indirizzate a Simone de Beauvoir da parte del suo pubblico… un’ondata di proiezione, identificazione, aspettative, delusioni e passione». Lə mittenti «chiedevano consigli sul matrimonio, sull’amore e sulla contraccezione, le confessavano i propri segreti e le inviavano stralci dei loro diari affinché li leggesse. Il tono delle lettere era imprevedibile, a tratti deferente e sprezzante, a tratti seducente e caustico».
Nonostante le risposte di Beauvoir non siano allegate qui, questa corrispondenza è caratterizzata in modo così straordinario dal presupposto di intimità tra chi le leggeva e chi le scriveva che di per sé è una rivelazione. Chiaramente chi era rimastə colpitə da tutti i suoi libri sentiva Beauvoir come una di famiglia, una persona a cui poter scrivere così apertamente come lei aveva scritto a loro. Le parole di una persona che l’ha letta valgono per tuttə: «Simone de Beauvoir, lei appartiene a tuttə noi, ecco perché non la chiamo Madame.»
Coffin, tuttavia, leggendo queste lettere circa sessant’anni dopo che erano state scritte, non poteva non stupirsi del fatto che «persone ordinarie fossero arrivate a considerare Beauvoir un’interlocutrice dei loro drammi quotidiani, facendole domande più adatte alla posta del cuore che a un’intellettuale e scrittrice». Data la formalità tipica della cultura francese, da cosa dipese questo fenomeno? Dal culto della celebrità? Dalla maggior libertà del dopoguerra? Dai cambiamenti nella condizione femminile in Francia (le donne avevano appena ottenuto il diritto di voto)? Dalla “scandalosa” indipendenza di Beauvoir, come dimostrato dalla sua relazione aperta con Sartre, senza che fossero sposati?
Il desiderio di esplorare questi interrogativi ha indotto Coffin a scrivere una storia sociale che ha fatto un uso strumentale di ciò che i lettori e le lettrici avevano scritto a Beauvoir nel corso di circa quarant’anni. La corrispondenza è stata il punto di partenza per tale progetto, poiché chi seguiva Beauvoir leggeva ogni suo libro in relazione al precedente, perciò i continui riferimenti di Coffin alle situazioni politiche e sociali in cui Beauvoir era coinvolta: la sfida postbellica per una società senza classi, il senso di colpa della Francia per la collaborazione coi nazisti, la Guerra Fredda, la guerra in Algeria. Ciò le ha permesso di scrivere in modo coinvolgente su tutti questi sviluppi storici, facendo al contempo molta attenzione alla vivida immediatezza di quelle lettere che spaziavano in lungo e in largo tra sentimenti, educazione e motivazioni, rivelando una gamma di personalità che andavano dall’eleganza all’oscenità, dall’apprezzamento alla pretesa.
Per lo più, chi scriveva a Beauvoir lo faceva da donna lettrice a donna scrittrice, una «dinamica che l’ha perseguitata per la maggior parte della sua carriera», nonostante traesse vantaggio da quanto scritto in ciascuna lettera. La stessa Beauvoir aveva più volte osservato che queste lettere le garantivano un’ancora nel mondo, la convinzione che i suoi pensieri fossero ben accetti. Dichiarò persino che ogni opera letteraria era una collaborazione tra chi scrive e chi legge. Tale sentimento implica che, nel corso degli anni, le sue lettrici e i suoi lettori possano aver influenzato il flusso mutevole dei suoi pensieri; e forse l’hanno fatto davvero. Questo spiega sicuramente perché queste lettere sembrano tanto vive oggi quanto devono esserlo state all’epoca in cui furono scritte, ricevute ed ebbero risposta:
«Per qualche motivo che non so spiegare, dopo aver letto questo libro mi sono sentita improvvisamente vicina a lei e ho avuto bisogno di dirglielo.»
«Sono davvero assorbita da ciascun libro che ha scritto; dopo averli letti, rifletto tanto e mi sento molto appagata; è un sentimento caloroso e gratificante sentirsi capace di pensare, sognare ad occhi aperti, rivivere e anche mettere a frutto le idee e le esperienze assimilate dal romanzo o dalle memorie di un’altra persona.»
«Ho molta speranza in lei e mi deluderà profondamente se non mi darà la fiducia e il sostegno che mi aspetto.»
E poi c’erano alcune donne che hanno fatto coming out con Beauvoir nello stesso momento in cui lo hanno fatto con sé stesse:
«Non ho mai provato una sensazione simile… dove sono i confini tra un’amicizia appassionata, la tenerezza e l’amore? Per due anni nessuna di noi è stata capace di vedere le cose con chiarezza.»
«Sin dal principio, ho saputo – o meglio ho desiderato – di voler essere un’altra persona. Non mi sono mai sentita, a livello fisico, più ‘donna’ o più ‘uomo’… ho deciso di non etichettarmi.»
Ciò che mantenne la corrispondenza così frequente nel corso degli anni dev’essere stata sicuramente la qualità delle risposte di Beauvoir. Chi la leggeva sembrava totalmente sicurə che lei volesse sentire cosa avesse da dire e fosse, inoltre, interessata a ciò che aveva da dire. E aveva ragione su entrambe le cose. Comunque, ciò non significa che Beauvoir avesse il beneplacito delle sue lettrici e dei suoi lettori in ogni momento. Non ce l’aveva: anche chi l’ammirava con devozione, talvolta, sentiva la necessità di essere in disaccordo con lei per qualche posizione impopolare da lei sostenuta a oltranza e almeno una volta tale opposizione fu allarmante.
La guerra in Algeria fu l’evento più straziante nella vita di Beauvoir, addirittura peggiore della Seconda Guerra Mondiale. La vergogna che sentiva a causa del colonialismo francese la mangiava viva. In questo non era sola: migliaia di francesə sopportavano lo stesso peso della vergogna; avevano collaborato coi nazisti e sentivano che ora stavano agendo come loro. Beauvoir cominciò a scrivere con passione (articoli, libri, saggi) come se si sentisse personalmente responsabile per le azioni del governo. Moltə intellettuali avevano dei dubbi su quello che sembrava un ostentato autolesionismo, ma le centinaia di lettere che riceveva personalmente erano “imbevute di vergogna” per ragioni simili alle sue.
La passività generale del popolo francese e il fallimento nel creare un movimento di pace a nome dell’Algeria hanno portato Beauvoir alla disperazione – la disperazione “esistenziale” – e i suoi scritti divennero ancora più appassionati. Una volta scrisse un articolo particolarmente dettagliato su una donna algerina che era stata torturata e stuprata più volte dai soldati francesi. Con suo grande stupore, l’intera nazione le andò contro. Persone che altrove le avevano mostrato il loro affetto, la attaccarono per la descrizione esplicita degli stupri.
Venne detto che Beauvoir non aveva pudore, discrezione, misura o decenza alcuni. (Le discussioni di Coffin sul pudore sono deliziose). Nella Francia degli anni Cinquanta, l’imbarazzo borghese surclassava ancora il bisogno di denunciare la barbarie politica. Per ironia della sorte, questo polverone era proprio il tipo di rigore sociale che aveva sempre portato Beauvoir ad assumere la posizione rivoluzionaria per la quale era largamente ammirata, se non addirittura amata.
Era implacabilmente egocentrica e ossessionata dall’esercitare il proprio potere su chiunque la circondasse, una predatrice sessuale extraordinaire: non era una bella persona. Ma rappresentava qualcosa di importante. L’esistenzialismo la fece appassionare al valore dell’esperienza vissuta in prima persona e la scoperta della “Donna come Altro” non fece altro che aumentare questa sua urgenza. Sosteneva che solo tramite l’attualità di una tale esperienza, chiunque, ma soprattutto chi era donna, potesse perfino sperare di conseguire un sé reale, una vita reale. Questo messaggio, in sostanza, era il regalo non solo per chi la leggeva, ma anche per chi le scriveva. Attraverso le lettere di coloro che le scrivevano, si può dedurre la notevole quantità di tempo che Beauvoir deve aver passato cercando di persuadere una moltitudine di persone ordinarie che non si trattava solo di un loro diritto, bensì di un loro obbligo guadagnarsi la libertà interiore seguendo i dettami della scoperta quotidiana di sé. Per questo, e solo per questo, divenne meritatamente l’incarnazione di un’icona culturale.
Questo articolo, tratto da Boston Review, è stato scritto da Vivian Gornick e tradotto da Roberta Frascella. Potete trovare l’articolo originale qui.












