Silenzi, castighi e memorie
Le pratiche di vittimizzazione secondaria, attuate sulle vittime di violenza, silenziano le voci di chi svela l’oppressione del sistema patriarcale

Articolo pubblicato nel 2023, Buenos Aires
Indifendibili
Noi, madri protettrici, sopravvissutə, attivistə, nei casi di violenza sessuale su bambine e giovani donne sappiamo che, quando parliamo, diamo fastidio a chi ci ascolta. Quando parliamo ci esponiamo, come minimo, a un sospetto. Di solito ci viene detto che inventiamo, manipoliamo, che ingigantiamo cose normali, che ci vittimizziamo, che sfruttiamo il nostro essere vittime, partendo da lì esercitiamo il nostro potere, che muoviamo a pietà, che siamo violente, che odiamo gli uomini. Di solito, è questa la risposta al fastidio che provochiamo. A quel fastidio seguono i cosiddetti cerchi concentrici del silenzio: familiare, sociale, mediatico e, ovviamente, giudiziario. E insieme al silenziamento, la violenza.
Generalmente, si dà credibilità a chi ha avuto un’esperienza diretta e dolorosa, ma nel caso di violenza sessuale non è così, è il contrario: l’esperienza annichilisce coloro che la subiscono e chi lə sta vicino. Succede la stessa cosa per il razzismo e il classismo. Le donne e chi si ribella, le popolazioni indigene, i lavoratori e le lavoratrici non possono parlare della violenza che subiscono e, se lo fanno, diventano sospettatə.
Succedeva una cosa molto simile alle streghe nel Malleus Maleficarum, il manuale dell’Inquisizione in cui qualsiasi azione poteva indicare la presenza di una strega: essere troppo intelligente o troppo stupida, troppo bella o troppo brutta, andare assiduamente in chiesa o non andarci mai, piacere molto agli uomini o non piacergli per niente, essere poliglotta o muta. Dal rogo non c’era via di scampo.
Se noi madri protettrici piangiamo troppo, ci stiamo vittimizzando, mentiamo. Se non piangiamo (come Feliciana Bilat), è perché stiamo fingendo, mentendo. Se siamo furiose o addolorate, siamo pazze (come la mamma di Aiko, che si è incatenata a un palazzo pubblico per chiedere che le lasciassero vedere suo figlio, come Gilda Morales, che è stata rinchiusa in un ospedale psichiatrico). Se parliamo con parole semplici, mentiamo (come Flavia Saganías, condannata a scontare più anni di un genocida per aver segnalato sui social lo stupratore dellə figlə). Se usiamo un linguaggio dotto (quello del potere), siamo bugiarde, manipolatrici (come Andrea Vázquez).
Ed è lo stesso per le bambine che sono abbastanza grandi da rivolgersi alla magistratura: non vengono mai credute. Se non parlano, come parla un adulto, l’evento non è accaduto. Se parlano chiaramente, è perché sono state indotte dalle loro madri (come Tomás e suo fratello minore; come Milagros). Se non ci sono prove fisiche, è perché non ci sono; se ci sono, sono insufficienti. E se delle figure professionali avvalorano la voce delle bambine, si tratta di associazioni illecite e in molti casi vengono denunciate e perseguite penalmente.

Forse potrebbe aiutarci un passaggio tratto da un libro di Elsa Dorlin che racconta il funzionamento del supplizio coloniale, in cui il condannato, affamato e assetato, è rinchiuso in una gabbia, immobilizzato e in piedi su un coltello tra le cosce. Se si stanca, se le ginocchia cedono, cadrà sul coltello affilato che gli causerà delle ferite, ma senza ucciderlo immediatamente. Più resiste, più riesce a difendersi dal coltello, più soffre e più si prolungherà il suo supplizio. Non è un soggetto sconfitto, ma uno in grado di agire che viene punito proprio per quella capacità, perché può scegliere. Questo meccanismo di potere coloniale compromette la vita materiale, fisica e muscolare, ma dilania anche quella mentale ed emotiva. Cerca di raggiungere i meandri della soggettività e sembra dire: più ti difendi, più difendi la vita, più soffrirai.
Sappiamo che il soggetto moderno si è costituito attorno alla capacità di difesa di fronte al potere (ciò che chiamiamo diritti), e sappiamo anche che c’è una lunga genealogia di “altrə” che non avrebbero quella capacità o, meglio, quellə come noi a cui quella capacità viene sottratta. Ci viene inculcata l’impotenza, ci viene detto che non possiamo difenderci e, se ci difendiamo (o difendiamo altrə indifendibili), veniamo punitə. Storicamente: schiavə, lavoratrici e lavoratori, razzializzatə, donne, ribelli, indigenə, bambinə e giovanə.
Ma da questa genealogia di altrə di cui facciamo parte possiamo anche imparare qualcosa. Esiste una memoria di queste esperienze, tutto un archivio delle conoscenze di coloro che sono statə punitə per essersi difesə. Un archivio enorme che parte dagli schiavi e le schiave che si fabbricavano le armi con gli strumenti del raccolto fino alle suffragette anarchiche internazionaliste inglesi che usavano il ju jitsu, fino ai picchetti, il siluetazo argentino e i gruppi di ascolto. Cosa hanno in comune tutte le storie di coloro che sono riuscitə a fare ciò che non gli era permesso? Che ci riuscirono con ciò che avevano sotto mano, con gli strumenti che avevano a disposizione e, nel frattempo, ne hanno inventati altri.
Ed è in questo archivio che incontro alcune antenate uniche e immense: Madri e Nonne di Plaza de Mayo. Loro si inseriscono nella storia della difesa della vita di fronte a un potere che dice loro che quella difesa è illegittima. Sono state loro ad aver compiuto la difficile metamorfosi che ha trasformato il dolore individuale in politica collettiva e, facendolo, hanno scoperto una fonte di energia politica insolita. Non ci danno un modello da emulare, ma una chiave di accesso.
Silenzi
Le violenze sessuali su giovanə e bambinə non sono episodi sporadici. Di solito 1 bambino su 13 e 1 bambina su 5 ha vissuto questa esperienza. Solitamente, ogni 1000 casi denunciati, 100 arrivano nelle aule di tribunale e 1 riceve una condanna (in generale, ad essere condannato non è un padre di classe media, professionista, né bianco: ma chi ha violentato Milagros lo è). I numeri sono sufficientemente esplicativi per indicare che si tratta di una pratica sociale consueta e patriarcale: nella maggior parte dei casi, si tratta di abusi avvenuti all’interno di un’istituzione in particolare (la famiglia) e per mano di una certa soggettività (quella maschile).
Nonostante sia una pratica sociale diffusa, questi casi, chi denuncia e chi lə sta vicino vengono trattati socialmente come qualcosa di eccezionale, strano, lontano. Quando c’è un interesse sociale e mediatico di solito è perché questa visibilità serve per un obiettivo diverso da quello di porre fine alle violenze sessuali: rafforza il razzismo (come nei casi dei “poveri”, dei “migranti”), l’omofobia (come il caso di Lucio Dupuy), la misoginia (donne che lasciano ə figliə da solə), o si percepiscono come “cose che succedono alle persone famose”, che vengono dunque trattate all’interno dello la logica dello spettacolo (come nel caso di Jay Mamon, nel quale spettacolo e omofobia si fondono). I casi di solito interessano solo quando li si può usare per rinforzare le strutture patriarcali.
In pochi sanno chi era Nico Cristal, una giovane persona trans che, dopo aver subito violenze sessuali da parte di suo padre, decise di porre fine alla sua esistenza. In questo caso, oltre al tormento fisico, psichico ed emotivo dovuto alla violenza subita, si aggiunsero anche le “violenze correttive” nei confronti di una soggettività dissidente. In pochi sanno chi sono Lluvia, Fuerza, Cielo, Corazón, Dulce, Ruby, Flor, Lila, Rayo e moltə altrə che non hanno nomi di fantasia che possano proteggerlə.
Quando “si tratta solo” di una violenza sessuale intrafamiliare (che è anche la più frequente) regna il silenzio: non si sa né si vuole sapere. Perché? Forse perché mette in discussione troppo da vicino le nostre biografie familiari, quelle che ci circondano, le nostre modalità di socializzazione. Quando i gruppi anti-diritto fanno i loro striscioni con scritto «Basta con le false accuse, gli uomini hanno dei diritti», stanno dicendo qualcosa che forse era socialmente accettato prima dei femminismi e dei transfemminismi: che la mascolinità aveva diritti assoluti sulle sue proprietà, sulle donne e sulle bambine.

Noi femministe conosciamo il peso delle parole e il potere che hanno di agire sulle nostre esperienze, sul modo in cui concepiamo noi stesse e sul modo in cui ci considerano lə altrə. La teoria dice che la vittima ideale è quella che si presenta pura, ingenua, ma anche incapace di agire; mentre, la vittima eroica è quella alla quale viene concessa la capacità di azione, purché sia moralmente ineccepibile. Ma coloro che sperimentano la violenza sessuale, e chi lə sta vicino, non possono essere moralmente ineccepibili, perché incarnano (incarniamo) un tabù sociale e culturale. Non possiamo essere né vittime ideali, né vittime eroiche, ma possiamo essere madri, genitori e genitrici che proteggono, sopravvissute, attiviste: sopravvissute agli infiniti processi di vittimizzazione che provano a dirci che più ci difendiamo (o difendiamo chi non può farlo da sé) più saremo punite.
In tutti i casi, siamo guastafeste, come dice Sara Ahmed, perché siamo coloro che danno un nome a qualcosa che non dovrebbe averlo e, quando lo facciamo, stiamo mostrando che c’è qualcosa di profondamente violento nella festa della normalità. Noi femministe di solito veniamo giudicate come una minaccia (per la felicità) perché minacciamo ciò che si considera prezioso. Esporre socialmente un problema significa diventare il problema. Noi, madri, sopravvissute e attiviste facciamo ciò che non si dovrebbe fare: diciamo che nei luoghi che culturalmente dovrebbero rappresentare un rifugio (la famiglia, la scuola, le comunità) c’è la violenza sessuale e chi la esercita, generalmente sono padri, nonni, zii, cugini, amici di famiglia, insegnanti.
Punizioni
La punizione per le guastafeste, per le streghe, per chi è indifendibile, oscilla tra il silenziamento e precise pratiche di criminalizzazione. Indicherò, brevemente, solo alcune delle punizioni più frequenti attuate dal potere giudiziario. Tutte quante condividono la violenza di una magistratura capace di proclamare verità assolute, totalmente sorda alle voci e alle esperienze delle bambine e di chi le accompagna.
Rapimenti istituzionali, bambine che, dopo aver denunciato una violenza, vengono private del contatto con le loro madri e dai loro affetti, e consegnate ai responsabili, come nel caso della bambina Lila di La Rioja, di Gilda Morales a Cordoba, di Andrea Vázquez nella provincia di Buenos Aires. E come sarebbe potuto accadere alla piccola Arcoiris, se un muro transfemminista non l’avesse impedito per una notte intera davanti alla porta della sua casa.
Arresti domiciliari per le madri che hanno ascoltato le bambine, come nel caso di Delfina, madre di Arcoiris; e di Flavia Saganías, che si trovava in un carcere di massima sicurezza e che oggi continua a scontare la sua pena di 23 anni agli arresti domiciliari.
Museruole legali, che impediscono di raccontare pubblicamente ciò che è accaduto, come per la madre di Lila a La Rioja, o Flavia Saganías a Cordoba, o Paola, la madre di Sabiduría, che l’8M 2023 ha bruciato l’atto persecutorio rifiutando il silenziamento.
Riconciliazioni forzate tra bambine e stupratori, anche quando quelle bambine hanno potuto raccontare le violenze e il loro desiderio di non rivederli, come il tentativo fallito della giustizia civile di riconciliare Milagros e il suo stupratore nel 2018.
Denunce per aver impedito il contatto, a chi cerca di proteggere le bambine dagli aguzzini. Qui l’elenco è molto lungo, ma possiamo citare Yama Corín, Delfina, Sony…
La decisione totalmente illegale del Pubblico Ministero di non accompagnare Milagros al processo orale, nonostante la decisione della giudice penale e il fatto che non ci siano prove nel fascicolo per screditare la voce della bambina (tranne quella del genitore che nella sua deposizione ha ripetuto solo le parole “bugiarda”, “rancorosa”, “cattiva madre”).
Obbligo di raccontare la stessa cosa innumerevoli volte davanti alla magistratura, ai medici, agli avvocati e agli psicologi, anche se non si verrà ascoltatə, come Ruby nel sud, che ha raccontato 5 volte quello che le era successo quando aveva 5 anni e ancora oggi è in pericolo. O come il caso di Sathya Aldana a Córdoba, che ha dovuto deporre 5 volte in due anni mentre il querelato non è stato mai citato in causa dai tribunali. Sathya si tolse la vita due anni dopo aver denunciato. Lasciò scritto nei suoi diari che la sua decisione era dovuta più al violento processo di rivittimizzazione della magistratura che alle violenze che subì in silenzio per 7 anni.

Come si possono spiegare queste violenze istituzionali? Forse perché, lungi dall’essere eccezioni, coloro che denunciano mettono a nudo nello spazio pubblico una prassi che da secoli attraversa territori, classi, generi ed etnie.
Parlare di violenza sessuale sulle bambine e sulle giovani ragazze oggi significa parlare in un territorio in fiamme, poiché le forze politiche e sociali conservatrici hanno definito i femminismi come nemici politici. Questa offensiva, esplicita e selvaggia, può essere riassunta in quattro punti chiave.
Un punto chiave legale, l’instaurazione in diverse province dei cosiddetti registros de obstructores (registri degli oppositori), che in realtà sono “registros de obstructoras” (registri delle oppositrici) perché il loro obiettivo è quello di segnalare e criminalizzare le madri protettrici e i legami di attaccamento nei casi di denuncia di violenza.
Un punto chiave giudiziario, l’utilizzo osceno dei raggiri chiamati “sindrome di alienazione genitoriale”, “ricordi indotti”, “co-costruzione della realtà”, eccetera, ovvero delle strategie, patriarcali e adultocentriche che silenziano le bambine e distruggono le prove giudiziarie.
Un punto chiave sociale e politico, il crescente attacco del movimento delle false denunce in lungo e in largo nel Paese, dove le organizzazioni patriarcali dicono, apertamente, che le denunce di violenze sessuali sono false.
Un altro punto chiave sociopolitico, l’attacco alla legge sull’educazione sessuale completa. Lo abbiamo visto a La Plata, dove abbiamo letto scritte suoi muri nelle scuole che denunciavano che l’educazione sessuale completa è pedofilia, che è indottrinamento di genere. Sappiamo però che più dell’80% dei recenti casi di denuncia sono stati fatti proprio grazie all’educazione sessuale completa di cui si è discusso nelle scuole.
Questi indicatori non solo ci dicono che i femminismi sono tornati ad essere oggetto di criminalizzazione, ma che al loro interno, chi è sopravvissuto alle violenze sessuali e chi li ha accompagnati, sono sulla linea del fuoco. Il femminismo ci ha permesso di spezzare il silenzio e adesso ci vogliono punire per averlo fatto.

Ricordi
Le streghe, le pazze, le madri e le nonne di Plaza de Mayo non ci danno un modello da emulare, ma ci regalano, ci forniscono una chiave di accesso: la politicizzazione del dolore. La possibilità di riappropriarci della narrazioni in questi fatti in modo delicato, etico e politico.
All’inizio ho ascoltato Milagros, poi ho potuto ascoltare Milagros nei racconti di centinaia di madri, sopravvissute, attiviste. Quello mi ha permesso (ci permette) non solo di capire che non siamo né eccezioni, né eccezionali, ma che facciamo parte di una memoria collettiva condivisa, consapevole che l’unico modo di attraversare la notte e l’orrore è farlo insieme ad altrə. Quella memoria comune è sì una memoria di dolore, di associazione, ma è anche la memoria di un rifugio. È una modalità singolare di intelligenza fisica, emotiva e intellettuale. È una bussola per la lettura politica: sappiamo che di fronte alle forze conservatrici e neoliberali, l’unica cosa che non possiamo fare è ritirarci nell’io individuale, nella storia personale, nelle fantasie narcisistiche.
Genitori e genitrici, sopravvissute e attiviste ci troviamo in un momento di grande apprendimento collettivo in un territorio in fiamme. Nel settembre del 2023 facevamo la ronda di Plaza de Mayo e del Congresso. Avevamo in mano i nomi delle bambine e delle giovani donne, mescolati indistintamente. Portavamo nomi di tutto il Paese. Nessuno portava la “propria” causa perché la “propria” causa era nelle mani di altrə. Un’intera piazza gridava guardandoci, ma anche guardandosi l’un l’altrə: io ti credo. Perché la causa di chi è indifendibile, delle streghe, delle pazze è, in assoluto e da secoli, una causa comune.
Questo articolo, tratto dalla rivista Amazonas, è stato scritto da Natalia Ortiz Maldonado e tradotto da Marta Barbiero. Potete trovare l’articolo originale qui.












